Incontro con

Chandra Livia

Candiani

 

Galleria San Ludovico,

14 Dicembre 2018, Parma 

reporter per noi: Claudia

Parole parole parole, recitava il motivetto di quella nota canzone. Parole - nell’aria grigia dell’inverno padano, saturano l’attesa quasi al pari dello smog, e mentre l’autobus alla fermata si fa desiderare, porgo l’orecchio alla strada traboccante di voci: parole - gridate dalla tv accesa nel bar, gettate distrattamente in un messaggio vocale, biascicate in un saluto frettoloso, taciute in una conversazione che stenta a proseguire. Parole – talmente tante parole. Nasce e tracima un'urgenza: bisogno di  silenzio, di vuoto che accolga, che sappia  ascoltare.

“C’è bisogno di silenzio per lasciare che le parole si impiglino dentro, c’è bisogno del silenzio come di una tregua dall’affanno della vita, come una sospensione dal rumore frettoloso e fuorviante” 

(da “Tenerezza. Incontro con Chandra Livia Candiani)

 

C’è bisogno di silenzio, in ciascuno di noi. “Silenzio è cosa viva”, recita il titolo del volume che incontro sul banchetto all’ingresso, finalmente sono arrivata: ci si è dati appuntamento sotto le volte della chiesa sconsacrata di San Ludovico, nel cuore storico della città, al riparo dal rumore del mondo; dal soffitto pendono miriadi di fili, sospesi a mezz’aria sopra le teste, tirati a disegnare ragnatele, come fossero pensieri che, salendo da quaggiù, s'aggrovigliano tutti assieme.

Chandra Livia Candiani siede sul palco, da lontano quasi l’occhio fatica a scorgere la sua figura minuta avvolta nel vermiglio degli abiti che indossa: ti pare che sia tutt’uno con la poltrona porpora in cui affonda; la osservi mettere il segno ai versi designati alla lettura: il gesto lento e raccolto delle mani emana la forza serena di chi è pronto a donarsi in tutta la sua fragilità. 

Il silenzio sotto l’enorme volta è quello assorto e curioso delle attese: è silenzio fecondo, quello da cui nascono le parole, ci rivelerà Chandra; non le parole qualsiasi sia ben schiaro, ma quelle piene, quelle vere, quelle che sanno trasformare il silenzio in voce.

“Silenzio è stare in compagnia dove tutto è stato detto. Il silenzio semina, le parole raccolgono.” (Chandra Livia Candiani)

 

La voce di Chandra emerge flebile dai versi, quasi un sussurro, e da principio lascia sorpresi: da un corpo di donna esce una voce bambina che di quello stadio dell’essere conserva, oltre al timbro, la disarmante dolcezza ed innocente franchezza del pensiero; si ha quasi l’impressione che vacilli ascoltandola pronunciare le prime parole, come a voler chiedere perdono al silenzio per aver preso il suo posto; poi la voce prende vigore, si fa forza pian piano, mantenendo tuttavia la delicatezza e l’incertezza di chi offre un pensiero senza imporlo:

 

“Vacillare significa porsi di fronte all’altro come ad una possibilità di accogliere nuove domande; vacillare è una posizione del pensiero che non ammette rigidità.” (Chandra Livia Candiani)

 

Ci svela che in treno, arrivando all’incontro, si era ritrovata a pensare a cosa avrebbe fatto se di fronte alle domande non le fosse venuto in mente proprio nulla da dire; ci racconta allora di quella volta in cui decise di affrontare l’incubo ricorrente di arrivare impreparata davanti ad un pubblico, presentandosi in una scuola la mattina seguente, senza essersi preparata, di proposito,  alcun discorso; fu fiera di sé, ammette:

“Occorre profonda preparazione per essere impreparati.” (Chandra Livia Candiani)

Serve tutto il coraggio per accettare il vuoto, fidarsi di sé e di quello che di spontaneo potrà nascere insieme agli altri dal silenzio iniziale - quella volta fu uno dialogo tra i più profondi mai avuti, ci racconta.

 

Osservi Chandra scandire i versi con la timidezza e “l’espressione dei bambini intenti a raccontarsi tra di loro i segreti, con gli stessi occhi meravigliati” (da “Tenerezza. Incontro con Chandra Livia Candiani)

Poco importa se non tutto verrà compreso, se il senso di una poesia sfuggirà a qualche cuore in ascolto: è proprio quando si abbandona la caparbia pretesa di trovare un senso, che la vita a volte ti sorprende porgendotene uno; la poesia, dice Chandra, esiste già da sé, è già pronta dentro di noi e nel mondo: occorre solo che il caos taccia e l’anima sia pronta ad ascoltare perché parole e bellezza possano emergere dal silenzio:

“A volte è necessario lasciarsi scrivere dalle parole, piuttosto che cercarle. 

È dal silenzio che nasce la poesia.” (Chandra Livia Candiani)

 

Chandra racconta come la pratica della meditazione buddhista sia ormai divenuta inscindibile dal suo percorso poetico e come da essa, inevitabilmente, origini il profondo senso di gratitudine che emerge dai suoi versi - non potrebbe essere altrimenti, dice:

“La meditazione insegna ad accogliere qualsiasi cosa ci attraversi come un’opportunità.” 

(Chandra Livia Candiani)

 

Meditare significa rieducare se stessi a percepire il mondo e scoprirsi ancora in grado di sorprendersi per ogni cosa. E il silenzio, rivela Chandra, è la condizione imprescindibile per poter ritornare capaci di

 

“Immergersi nella vita e percepire ciò che già c’è senza che noi ci affanniamo a cercare.”

(Chandra Livia Candiani)

 

Ci racconta a proposito di quella volta in cui, socchiudendo gli occhi in treno, si era ritrovata ad emozionarsi per qualcosa a cui da immemore tempo non faceva più caso. Stava respirando.

“Ascoltavo il mio respiro. Ho provato gioia nel pensare all’aria che ogni volta ci fa visita per poi tornare al mondo.” 

(Chandra Livia Candiani)

Meditare, mette in guardia, non significa, ad ogni modo, ritirarsi dal mondo - tutt’altro: ama pensare al silenzio come al necessario raccoglimento prima di agire, per poter abitare l’anima e la vita assieme agli altri con cura:

“La meditazione è un atto politico: si inquina meno il mondo con pensieri non oculati.” 

(Chandra Livia Candiani)

 

Ascolti Chandra parlare di bellezza con la serena ostinazione di chi sembra saper bene che può succedere di dover scavar nel fango per riuscire a trovarne anche solo un po’, in mezzo al dolore - dietro alle parole, si ha sempre l’impressione di scovare nei suoi occhi la luce unica di chi della vita ha conosciuto anche il buio: c’è stato un tempo in cui il silenzio di una stanza e di un libro erano l’unico mondo per lei “abitabile”, così ci spiega, l’unico tollerabile agli occhi di una bambina che troppo presto aveva dovuto conoscere violenza e malattia;

“La letteratura è abitabile, e mi ha insegnato che si può riuscire a dire tutto.” 

(Chandra Livia Candiani)

 

Dall’infanzia dice di aver imparato proprio tutto a proposito della vita, anche quello che non avrebbe dovuto.

“Chandra è una bambina pugile, così ama definirsi e così ha chiamato una delle sue raccolte di versi: e ci sembra davvero di vederla lottare [...] a pugni alzati a difendersi dalla ferocia della vita. Piccola e leggera come una scintilla. Per questa può intendersi alla perfezione con i bambini e può far uscir da loro scintille di poesie, anche da quelli che l'italiano lo conoscono poco, anche da quelli che se ne stanno nell’ultimo banco, svogliati. Arriva lei, maestra di poesia, e insieme si mettono a cercare le parole.” 

(da “Tenerezza. Incontro con Chandra Livia Candiani”)

Ci racconta delle scuole di periferia attorno Milano, dove il silenzio è disincanto che rifiuta di trovar parole - perché tanto è inutile, perché nessuno ascolterebbe; a volte, però, capita che il silenzio esploda, sbotti per la rabbia, e finisca per ritrovare la via dell’amore e parole per dire: “Le mani che fanno le poesie sono le stesse che fanno le pulizie.” Oppure, ancora : “Nell’amore i bambini sanno parlare”. (poesie scritte da bambini durante i laboratori di poesia con Chandra)

Non è forse questa la magia dei poeti? Riuscire a trasformare il silenzio in voce.

 

Silenzio che ora, sotto le volte, si scioglie in uno scroscio interminabile di mani:  è già per noi tempo di salutare Chandra, e lo si fa col cuore sazio. Appena fuori dall'aula, del silenzio si è già persa ogni traccia: una baraonda di schiamazzi e parole mi investe sulla soglia della porta catapultandomi d'improvviso sullo via dello shopping all’ora di punta - lì per lì la cosa mi secca, e non poco; mi tornano poi in mente le parole di un libro che ho nel cuore*: “silenzio non è assenza di rumori, ma la disposizione dello spirito ad ascoltare.” Respiro profondamente: che l’anima dunque taccia, almeno per un po', pronta ad accogliere il frastuono frenetico della città avvolta dalla sera. Dopotutto, il silenzio è cosa viva.

 

*”La forza del silenzio”, Cristina Noacco, Ediciclo Editore

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